Per anni ci è stato insegnato che per “valere” dobbiamo migliorare senza sosta, performare di più, superarci e spesso superare gli altri. L’autostima è diventata un capitale personale da accumulare: risultati, competenze e riconoscimenti sembrano definire chi siamo.
Questa corsa all’autostima nasconde un rischio profondo: trasformare il valore umano in qualcosa da dimostrare.
Quando il valore è condizionato, l’identità diventa fragile.
L’autostima basata sul successo è instabile, perché dipende dall’approvazione degli altri, dai confronti e dai risultati raggiunti. I presupposti sono: “Valgo se riesco”, “Sono abbastanza se ottengo”, “Merito amore se dimostro”. Dalla prospettiva della Psicosintesi, possiamo dire che l’Io finisce per identificarsi con il ruolo o l’immagine. Così, ogni fallimento non è solo un errore: diventa una minaccia al senso di sé.
Più puntiamo sull’autostima, più cresce la paura di perderla.
“Non sono abbastanza”
Soprattutto tra i più giovani, sta emergendo con forza la convinzione dolorosa: “Non sono abbastanza.” Questo senso di inadeguatezza non nasce solo da esperienze individuali, ma è amplificato da fattori sociali, culturali e sistemici. La scuola, il lavoro e i social media promuovono l’idea che il successo e la visibilità misurino il valore personale. Foto perfette, ottimi voti, successi pubblici e vite apparentemente senza ostacoli creano standard irrealistici. Il confronto continuo con coetanei e modelli ideali aumenta la pressione, generando ansia e insicurezza.
Tutto ciò tende anche a generare una confusione identitaria: ci si identifica con limiti ed errori, perdendo il contatto con il proprio Sé, quel nucleo profondo, integro e degno per sua natura, indipendentemente dai risultati. Quando il senso di valore dipende solo dall’autostima condizionata (cioè da ciò che otteniamo o dimostriamo), il terreno diventa fertile per il disagio emotivo: ansia, apatia, depressione, dissociazione, disturbi alimentari e altri sintomi. Non perché manchino risorse, ma perché è perso il contatto con un valore interno incondizionato.
Onnipotenza e impotenza: l’oscillazione dell’Io
Dunque, l’Io oscilla tra due poli: l’onnipotenza e l’impotenza.
Nel primo, il messaggio è: “Se voglio, posso tutto.” È uno stato che sembra forza, ma nasconde fragilità e paura di non valere abbastanza. L’Io si gonfia per proteggersi dalla vergogna. Quando questo ideale inevitabilmente crolla, emerge il polo opposto, l’impotenza, che si manifesta con pensieri come “Non ce la faccio, non sono in grado” e porta ritiro, blocco e perdita di speranza. Questo continuo alternarsi logora l’Io, soprattutto in una cultura che promette: “Puoi essere tutto.”
Il disagio emotivo come segnale dell’Io sovraccarico
Il disagio psico-emotivo è, quindi, il segnale di un Io sovraccarico, stanco di dover dimostrare continuamente il proprio valore. Questi sintomi indicano il conflitto tra chi siamo e chi crediamo di dover essere, tra desiderio di crescita e paura di non essere abbastanza.
“Non posso più sostenere questa distanza tra ciò che sono e ciò che dovrei essere.”

La via della Psicosintesi
La pratica psicosintetica invita a prendere distanza da queste identificazioni dell’Io.
Disidentificarsi significa comprendere che non siamo né il successo né il fallimento, ma l’osservatore di ciò che accade. Ascoltare le polarità interne senza combatterle – l’energia vitale dell’onnipotenza e la consapevolezza dei limiti dell’impotenza – porta gradualmente all’integrazione. Dal loro equilibrio e dal contatto con il Sé più profondo, lentamente emergerà una stabilità interiore, una consapevolezza calda e solida del proprio valore, che non dipende dal successo o dall’approvazione degli altri.
Il vero lavoro terapeutico non è insegnare a sentirsi migliori, ma aiutare a restare umani, nei limiti, negli errori, nella vulnerabilità, nelle potenzialità e qualità.
Osservatore amorevole – Self-Compassion
Un elemento chiave di questo processo è sviluppare un Osservatore Amorevole: una parte di noi che guarda pensieri, emozioni e comportamenti con gentilezza e senza giudizio. Questo atteggiamento permette di ridurre la critica interna che alimenta ansia e senso di inadeguatezza, creando lo spazio necessario per integrare le diverse polarità e avvicinarsi ad una sintesi interiore.
Self compassion o auto-compassione significa trattarsi con gentilezza, riconoscere la sofferenza senza giudicarla e restare presente anche nel fallimento. Paradossalmente, quando smettiamo di doverci dimostrare, diminuiscono ansia e paura, cresce la motivazione autentica e il coraggio di rischiare e imparare. Non perché “valiamo di più”, ma perché valiamo comunque.
Alcuni modi concreti per sviluppare questa capacità:
- Rallentare e osservare: notiamo quando arriva un pensiero critico o un senso di inadeguatezza. Riconosciamo l’emozione senza reprimerla e lasciamoci accarezzare dal respiro.
- Parlarsi come ad un/a amico/a: Proviamo ad usare verso noi stessi/e parole gentili, incoraggianti, comprensive, come faremmo con qualcuno che amiamo.
- Accogliere le emozioni: Permettiamoci di sentire la tristezza, la rabbia o la paura senza cercare di eliminarle. Pensiamo “è normale provare questo, non sono l’unico/a a sentirlo“, “la sofferenza fa parte della vita di tutti e tutte“
- Ascoltare i bisogni: Riconosciamo ciò di cui abbiamo bisogno in quel momento – riposo, supporto, leggerezza… – come gesto di cura nei propri confronti.
Coltivare questa attitudine amorevole, unita al senso di comune umanità, aiuta la riduzione della critica interna e la pressione di dover dimostrare continuamente il proprio valore.
Concederci l’errore significa riconoscere che le nostre imperfezioni non sono qualcosa da eliminare, ma parti vive della nostra esperienza, che ci guidano e ci ricordano che non dobbiamo essere perfetti per meritare amore e rispetto. Accogliere tutto questo ci permette di respirare, trattarci con maggiore gentilezza e muoverci nella vita con più libertà e naturalezza.
In contatto con il Sé Transpersonale
In Psicosintesi, il Sé (anima o atman) rappresenta il nucleo eterno e perfetto di ciascuno di noi.
Siamo già completi, integri e degni di amore indipendentemente dai risultati o dalle difficoltà della vita.
Oggi, però, la società ci ha reso sempre più distaccati dal nostro Sé, fino a farci perdere il senso di chi siamo veramente.
Attraverso le esperienze, l’Io impara, cresce e integra le proprie polarità — forza e vulnerabilità, onnipotenza e impotenza — mentre il Sé rimane saldo, offrendo guida e stabilità. Entrare in contatto con questa dimensione spirituale permette di disidentificarsi dalle insicurezze e dai ruoli condizionati, e di percepire la vita come un cammino di espressione autentica dell’anima, non solo di prove da superare.
Questo riconoscimento trasforma il modo in cui affrontiamo le difficoltà: diventano occasioni per permettere all’anima di manifestarsi pienamente, piuttosto che minacce all’identità. La connessione con il Sé spirituale offre così una base sicura, un punto di riferimento interiore, da cui possiamo vivere con maggiore armonia, saggezza e amore verso noi stessi e il mondo.
L’autostima non è, quindi, una valutazione del proprio valore, ma il riconoscimento della propria natura profonda. Non riguarda ciò che facciamo, ma ciò che siamo.
In questa prospettiva, l’autostima non è costruita, ma ricordata: nasce dal contatto con il Sé, con quella parte di noi che è integra, luminosa e già completa. È la consapevolezza tranquilla e silenziosa di essere degni, non per merito, ma per essenza.
Quando il valore non è più un traguardo, ma un punto di partenza, l’energia spesa per difendersi dal giudizio può finalmente essere utilizzata per vivere, scegliere e crescere.
a cura di Maria Vittoria Salimbeni
