Molte tradizioni spirituali ci invitano a vedere il corpo come “transitorio” e a trascendere la dimensione materiale per scoprire la nostra vera natura. La psicoterapia, invece, ci insegna che le nostre ferite e i nostri traumi si curano abitando il corpo, ascoltando emozioni e sensazioni.
A prima vista sembra un paradosso: dobbiamo lasciare il corpo o entrarci?
Se guardiamo il percorso nella sua interezza, non c’è contraddizione: i testi sacri ci invitano a comprendere che non siamo limitati/e a questo corpo, ma parlano della sua impermanenza e non della sua inutilità. Noi non siamo solo il corpo (fisico, emotivo, mentale…) , ma il corpo è lo strumento attraverso cui l’esperienza umana accade, quindi è una porta e non un limite.
Si tratta quindi di integrare in un movimento unico ciò che sembra prendere direzioni diverse: giù, nel corpo – su, nella coscienza – dentro, nel cuore.
Quando il cuore che si chiude…
Le nostre ferite (o traumi) chiudono il cuore per proteggerci dal dolore. I segnali di un cuore chiuso possono includere:
- Difficoltà a fidarsi
- Timore di lasciarsi andare
- Rabbia o tristezza inespressa
- Sensazione di solitudine
Questa chiusura blocca il sentire e la connessione con la vita.
Quando il cuore è chiuso, la spiritualità non può espandersi

L’apertura del cuore
Nella tradizione spirituale, sia orientale che occidentale, esiste un filo comune: la pratica dell’apertura del cuore spirituale. Che si parli di cuore come sede dell’anima, del Sé più profondo o del centro di amore compassionevole, l’invito è lo stesso: aprirsi, lasciar fluire, riconnettersi. Questo è particolarmente evidente nella via della Bhakti, la via devozionale della tradizione orientale, in cui si coltivano amore e fiducia, in una relazione intima con il divino.
Dal punto di vista della psicoterapia, questa apertura riguarda anche la riparazione delle ferite relazionali: per molte persone sentirsi amate e amare qualcosa di più grande crea una base di sicurezza che il trauma ha negato. È come affidare la nostra esperienza dolorosa ad un contenitore più grande, capace di accogliere ciò che da soli/e faticheremmo a sostenere.
Gesti quotidiani e pratiche fatte abitando il cuore ( attraverso un canto, una preghiera, un’offerta, la ripetizione del mantra…) possono favorire apertura e guarigione, sciogliendo con gentilezza la corazza creata dal trauma.
Questo tipo di pratiche spirituali possono essere uno potente strumento di guarigione interiore, sostenendoci nel superare giudizi, senso di colpa e vergogna spesso legati alle nostre ferite.
Il cuore aperto permette alle emozioni bloccate di fluire, al respiro di espandersi, al corpo di sentirsi veramente abitato e alla nostra dimensione spirituale di esprimersi con autenticità.
Dissociazione vs Disidentificazione
È importante distinguere due esperienze spesso confuse:
- Dissociazione: fuga dal corpo e dalle emozioni. Protezione breve, ma blocca la guarigione. ci si sente “fuori da sé” e distaccati dal momento presente.
- Disidentificazione: osservazione consapevole di corpo, mente ed emozioni senza esserne schiavi; permette di integrare l’esperienza senza fuggire.
DISIDENTIFICAZIONE:
- Riconosco che il corpo non è tutto me
- sento le emozioni ma non ne sono schiavo/a
- Osservo il dolore con presenza e amorevolezza
- Posso vivere nella materia senza farmi definire da essa
La dissociazione è assenza; il corpo e la mente “staccano la spina” quando qualcosa ci sembra troppo intollerabile.
⚠️ Attenzione allo spiritual bypassing ⚠️
Nella cultura occidentale il rischio di usare la spiritualità come fuga dalla sofferenza è particolarmente alto. Siamo abituati/e a privilegiare mente, controllo e razionalità, trascurando corpo ed emozioni. Diventa molto facile, quindi, usare le pratiche come una sorta di uscita di sicurezza: “io non sono questo corpo”, “la materia non conta”, “voglio solo elevare la coscienza”…
Esempi comuni possono essere: identificarsi solo con il sé spirituale (dimenticando che abbiamo anche un corpo e una storia emotiva), trascurare sensazioni corporee e ferite irrisolte, giustificare tutto come “karma” per non affrontare il trauma.
Questi concetti non sono di per sé errati, anzi hanno un grande valore e possono illuminare il nostro percorso spirituale. Il rischio nasce quando usiamo queste Verità Spirituali come scorciatoie, per non sentire ciò che fa male.
Le esperienze dolorose lasciano delle memorie nel corpo (tensioni, blocchi, posture, alterazioni del respiro…). La mente può raccontare una storia, ma il corpo la sente ancora. La psicoterapia che lavora attraverso il corpo, consente di accedere a queste memorie implicite e di trasformarle. Per questo motivo, la guarigione passa anche attraverso un corpo che reagisce, respira, si apre, si “regola”, si sente nuovamente al sicuro.
In realtà, spiritualità autentica e guarigione emotiva non si escludono: la spiritualità può dare senso, radicamento e fiducia, mentre il lavoro corporeo-emotivo permette di integrare e trasformare davvero l’esperienza.
Il corpo, quindi, diventa il luogo di questo possibile incontro.
a cura di Maria Vittoria Salimbeni
