“Mettiti in una posizione comoda, seduto/a con la schiena dritta. Appoggia le mani sulle cosce, chiudi gli occhi e porta dolcemente la tua attenzione al respiro…”
Sono gesti semplici, quasi banali nella loro essenzialità, eppure profondamente trasformativi. È da qui che comincia la meditazione: da una pausa consapevole, da un ascolto attento, da un ritorno all’istante presente.
Ma questa pratica non nasce oggi, né qui. La meditazione ha origini antiche, intrecciate con la storia spirituale e filosofica dell’umanità. Un viaggio millenario che dall’Asia ha attraversato culture, tempi e linguaggi, fino a diventare oggi, in Occidente, uno strumento di benessere accessibile a tutti.
Per secoli, la meditazione è rimasta legata ai contesti religiosi e filosofici orientali e occidentali. Fu solo all’incirca all’inizio del XX secolo che alcuni intellettuali e viaggiatori occidentali cominciarono a interessarsi alle tradizioni orientali. In particolare, in Italia, Roberto Assagioli proprio agli inizi del ‘900 fonda l’Istituto di Psicosintesi, una delle prime forme di psicologia a introdurre in quell’epoca la comprensione dell’essere umano nella sua totalità, includendo la dimensione spirituale e facendo uso di tecniche e pratiche ispirate alle antiche tradizioni spirituali orientali e occidentali.
Ma è negli anni ’60 e ’70 che la meditazione fa il suo ingresso più deciso in Occidente, grazie al fermento culturale e alla ricerca spirituale di quegli anni. Tra i pionieri spicca il nome di Jon Kabat-Zinn, biologo americano che nel 1979 fondò la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR). Con lui, la meditazione si spogliò del linguaggio religioso per diventare uno strumento laico, scientificamente studiato e clinicamente applicabile. Così, oggi, la meditazione è entrata a pieno titolo nella cultura del benessere. Viene insegnata negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende. Moltissimi studi neuroscientifici confermano i suoi effetti positivi: riduzione dello stress, miglioramento dell’attenzione, rafforzamento del sistema immunitario, aumento del senso di connessione e felicità.
Ma che cosa possiamo insegnare?
Possiamo insegnare una tecnica, una disciplina, una struttura per la pratica. Possiamo offrire strumenti e metodi per aiutare la mente a fermarsi, per imparare ad osservare se stessi e il mondo senza giudizio, con chiarezza e presenza.
Ciò che non si può trasmettere, tuttavia, è l’esperienza interiore profonda — quella che nasce dal silenzio, dalla presenza, dal contatto diretto con ciò che siamo oltre la mente. Queste non si imparano come si impara una tecnica. Accadono. E accadono in uno spazio intimo, silenzioso, personale.

Nei testi sacri dell’India antica, come le Upaniṣad e poi lo Yoga Sūtra di Patanjali, la meditazione è descritta come dhyāna o contemplazione profonda, e fa parte di un ampio percorso interiore che porta gradualmente alla conoscenza del Sé (Atman).
Nel contesto tradizionale orientale, meditare non è semplicemente una competenza da acquisire, ma un processo di trasformazione interiore profonda. E un processo così radicale non può essere affrontato da soli. È qui che entra in gioco la figura del guru, il maestro spirituale.
La parola guru in sanscrito significa “colui che dissipa l’oscurità” (gu = oscurità, ru = colui che rimuove). Ma questa oscurità non è ignoranza intellettuale, è identificazione con l’ego o attaccamento al falso sé, inconsapevolezza della propria vera natura.
Nelle Upaniṣad, questa verità non si trasmette attraverso parole o concetti, ma attraverso la relazione. Il maestro non spiega: mostra. Non ti dà una formula: ti specchia. Ti accompagna fino a dove non puoi più controllare, dove la mente non può più “capire”.
Meditare da soli, senza guida, può diventare un modo sofisticato per rafforzare l’ego spirituale: “io medito”, “io sono consapevole”, “io ho esperienze mistiche”. Ma chi è questo “io” che accumula esperienze?
Il maestro serve proprio a scardinare questa illusione. E quando crollano le maschere, non ti dà soluzioni preconfezionate: ti lascia restare nel vuoto, nello spazio dove può emergere la tua vera natura. Un vuoto che non è freddezza o abbandono, ma uno spazio d’amore silenzioso.
Il maestro non riempie quel vuoto con parole o risposte: lo custodisce con presenza, perché sa che solo in quel silenzio vulnerabile può aprirsi il cuore.
E il cuore, finalmente spogliato dalle maschere dell’Io, non cerca più di ottenere, controllare, difendersi. Comincia solo a sentire, ad amare senza motivo, a riconoscere l’altro come sé stesso. È lì che nasce la vera meditazione: non come tecnica, ma come fioritura del cuore in uno spazio di verità.
Mi preme sottolineare che non ogni maestro è un vero maestro, e che discernere è fondamentale: bisogna imparare a riconoscere chi cerca il tuo risveglio da chi cerca la tua dipendenza. Il vero maestro non chiede di essere adorato: ti insegna a camminare con le tue gambe, ad ascoltare la tua verità, ti accompagna finché non scopri che la sorgente è sempre stata dentro di te.

Il passaggio dall’Oriente all’Occidente moderno, ha trasformato profondamente il senso della meditazione.
Non si tratta di giudicare questa trasformazione, ma di riconoscerla. È certamente positivo che la meditazione sia oggi accessibile a molte più persone. Da un lato, averla spogliata dai riti e dai dogmi ha permesso a più persone di avvicinarsi a una esperienza interiore profonda che non è solo “orientale” ma appartiene all’esperienza umana universale. Tuttavia, se la svuotiamo completamente delle sue radici spirituali, rischiamo di perderne l’anima. La riduciamo a una tecnica “neutra”, adattabile a ogni sistema – anche a quelli che, paradossalmente, generano la stessa sofferenza che la meditazione dovrebbe aiutare a trascendere.
È altrettanto vero che, anche in Occidente, c’è chi cerca di recuperare la dimensione spirituale e trasformativa della meditazione. Ci sono insegnanti autentici, praticanti seri, luoghi di silenzio e di ricerca sincera. Ma serve una scelta. Una volontà di andare oltre la superficie. Di accettare che meditare non è sempre piacevole, non è solo relax, e spesso porta a contattare proprio ciò che tendiamo a evitare.
Serve, in un certo senso, un nuovo tipo di maestro: non sempre esterno, ma interno. Una parte di noi che non si accontenta del comfort e che continua a cercare la verità. Un principio vivo, attivo, che nelle tradizioni sapienziali viene riconosciuto come l’archetipo del guru.
Il guru, infatti, è ovunque e possiamo riconoscerlo nelle nostre esperienze di vita. È un principio interiore di risveglio: è quella forza dentro di noi che dissolve l’illusione, che ci spinge a guardare con onestà, che ci chiama oltre la superficie delle cose. Accogliere il guru interiore significa sviluppare quella parte di noi che sa ascoltare profondamente, che non cerca scorciatoie, che accetta anche l’inquietudine della verità.
Recuperare le radici spirituali della meditazione non significa necessariamente tornare a modelli religiosi del passato, ma onorare il senso profondo della pratica: quello che ci chiede di andare dentro, di fermarci, di ascoltare ciò che c’è, senza desiderare che sia diverso.
E forse, proprio in questo gesto possiamo riscoprire la sacralità perduta.
